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Mielofibrosi: disponibile un nuovo trattamento innovativo basato su inibitori Jak per la lotta contro i tumori.

Il farmaco momelotinib ha mostrato risultati promettenti negli studi clinici, contribuendo a ridurre i sintomi associati alla splenomegalia e diminuendo la necessità di trasfusioni. Questo sviluppo rappresenta un significativo progresso nel trattamento della mielofibrosi, una rara patologia ematologica che colpisce circa 350 persone ogni anno in Italia, con una maggiore incidenza tra gli individui di età compresa tra i 60 e i 70 anni. Solo il 15% dei pazienti ha meno di 55 anni.

Comprendere la mielofibrosi e i suoi sintomi

La mielofibrosi può non presentarsi con sintomi evidenti, rendendo la diagnosi complessa. I pazienti spesso lamentano sintomi generali come affaticamento, perdita di appetito, dolori muscolari e articolari, febbre leggera e perdita di peso. Questi segni possono facilmente essere scambiati per influenza o attribuiti all’età, mentre in realtà potrebbero indicare la presenza di questa malattia ematologica. La mielofibrosi è un raro tumore del sangue che altera la produzione di cellule ematiche, portando a una progressiva sostituzione del midollo osseo con tessuto fibroso, compromettendo così la sua funzionalità.

Momelotinib: un’innovativa opzione terapeutica

Nel 2025, momelotinib emerge come una nuova possibilità terapeutica per i pazienti affetti da mielofibrosi. Questo inibitore orale agisce su Jak1/Jak2 e sul recettore dell’activina A di tipo 1 (Acvr1). È il primo farmaco approvato per il trattamento della splenomegalia e dei sintomi associati in pazienti adulti con anemia da moderata a severa. Le autorità regolatorie indicano momelotinib per pazienti naïve agli inibitori della chinasi Janus (Jak) o già trattati con ruxolitinib. Attualmente, l’unica terapia che offre una possibilità di guarigione è il trapianto di midollo, ma è riservato a una ristretta percentuale di pazienti, generalmente sotto i 70 anni, a causa dei rischi connessi.

Mutazioni genetiche e sviluppo della malattia

La mielofibrosi è associata a specifiche mutazioni genetiche, tra cui la più comune, la V617F di Jak2, che interessa oltre la metà dei pazienti. Questa mutazione è correlata a una proliferazione incontrollata delle cellule ematiche. Altre mutazioni rilevanti includono quelle del gene Calr, presente nel 25-35% dei casi, e del gene Mpl, riscontrata nel 3-5% dei pazienti. La malattia può progredire lentamente nel tempo, iniziando con un danno alla struttura del midollo osseo, noto come fase pre-fibrotica. Con l’avanzare della malattia, si sviluppa la fibrosi midollare e si verifica una fuoriuscita di cellule staminali immature, che si accumulano in organi come la milza e il fegato.

Qualità della vita e aspettative di vita

La vita quotidiana dei pazienti affetti da mielofibrosi è spesso compromessa, soprattutto nelle fasi avanzate della malattia. Colpendo prevalentemente gli anziani, questi pazienti affrontano numerose difficoltà legate alla fragilità e all’assunzione di farmaci per altre patologie croniche. Circa il 40% dei pazienti presenta già un’anemia da moderata a grave al momento della diagnosi, e si prevede che quasi tutti ne soffriranno nel tempo. Questa condizione richiede trattamenti di supporto, come le trasfusioni, che sono fondamentali per la gestione della malattia. Tuttavia, i pazienti che dipendono dalle trasfusioni hanno una prognosi sfavorevole e una ridotta aspettativa di vita. In situazioni di grave astenia o splenomegalia massiva, la mielofibrosi può limitare notevolmente le attività quotidiane, rendendo difficili anche compiti semplici come camminare, salire le scale o cucinare.

Francesca Monti

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