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Processo per la morte di Denis Bergamini: tesi del suicidio e assenza di prove a carico dell’imputata

L’udienza nel processo riguardante il decesso di Donato Denis Bergamini, avvenuto a Roseto Capo Spulico nel 1989, ha preso una piega inaspettata. Durante la propria arringa difensiva, l’avvocato Angelo Pugliese, che rappresenta Isabella Internò, unica imputata nel caso, ha presentato una serie di elementi a sostegno della tesi del suicidio, contestando la sufficienza delle prove presentate dall’accusa.

Il contesto della vicenda di Denis Bergamini

Il 18 novembre 1989, Denis Bergamini, calciatore appartenente a una squadra di Serie B, fu trovato morto in circostanze misteriose a Roseto Capo Spulico. La sua morte, inizialmente catalogata come un tragico incidente, è stata successivamente oggetto di indagini più approfondite, soprattutto a causa di diversi elementi emersi nel tempo. Tra questi spiccano la sua predisposizione a episodi di depressione, accentuata dall’infortunio subito, e un tragico episodio familiare, il suicidio di una zia. Questi aspetti hanno contribuito a creare un quadro complesso della psiche di Bergamini, sollevando interrogativi sulla sua stabilità emotiva nei giorni precedenti alla tragica morte.

In aggiunta a queste circostanze familiari e personali, Bergamini si trovava coinvolto in una rete di legami problematici, tra cui connotazioni di criminalità organizzata. In particolare, l’avvocato Pugliese ha menzionato il coinvolgimento di Padovano, figura che avrebbe messo Bergamini in una situazione di difficoltà contro la sua volontà. I fatti legati al suo stato di salute, compresi accenni a presunti problemi di sieropositività, hanno ulteriormente complicato la situazione, rendendo difficile comprendere se le sue condizioni mentali potessero aver influenzato la sua decisione di togliersi la vita.

Le argomentazioni della difesa

Durante l’arringa difensiva, l’avvocato Pugliese ha rimarcato il principio di presunzione di innocenza, sottolineando l’onere della prova a carico dell’accusa. Secondo il legale, per condannare Isabella Internò, che deve affrontare l’accusa di omicidio in concorso con ignoti, è fondamentale dimostrare gli elementi chiave dell’imputazione. Specificamente, l’avvocato ha chiesto prove concrete riguardo a eventuali contatti che Internò avrebbe avuto con Bergamini nel giorno della sua morte e la presenza di persone ignote a Roseto. La difesa ha in questo modo posto l’accento su una mancanza di evidenze che possano chiaramente stabilire un colpevole coinvolgimento della sua assistita.

Pugliese si è concentrato su questioni di capacità e controllo, sostenendo che non è stato dimostrato se Bergamini fosse stato narcotizzato o se le sue facoltà fossero state compromesse al punto da non poter agire secondo la propria volontà. Queste affermazioni hanno contribuito a creare un’atmosfera di scetticismo verso le tesi accusatorie, spostando il focus sulla fragilità delle prove presentate contro Internò.

Sviluppi futuri nel processo

L’udienza ha avuto termine con un rinvio a domani, dove si prevedono repliche sia da parte del pubblico ministero Luca Primicerio che dall’avvocato della parte civile Fabio Anselmo. Le prossime fasi del processo saranno decisive, non solo per le sorti di Isabella Internò, ma anche per la comprensione di una delle pagine più oscure della storia del calcio italiano. Gli sviluppi futuri potrebbero rivelarsi cruciali per chiarire le circostanze attorno alla morte di Denis Bergamini e per dare un senso di giustizia a una vicenda che è rimasta avvolta nel mistero per oltre tre decenni.

I dettagli che emergeranno dalle repliche e dalla successiva camera di consiglio per la sentenza saranno attentamente seguiti, poiché potrebbero influenzare significativamente l’esito di un caso che continua a suscitare grande interesse mediatico e pubblico.

Giordana Bellante

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